Esperanto, pace e mobilità: una serata di incontri e riflessioni a Bologna

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Il 5 dicembre 2025, presso il Centro Sociale della Pace di Bologna, Bunta Esperanto Asocio (BEA) ha organizzato un incontro pubblico dedicato all’esperanto come strumento di comunicazione, dialogo e cooperazione internazionale.

La serata è stata un’occasione per presentare le attività dell’associazione e le opportunità offerte dai progetti di mobilità Erasmus+, inserendole in una riflessione più ampia sul ruolo dell’esperanto nella costruzione di relazioni tra persone di paesi e culture differenti.

Attraverso interventi, presentazioni multimediali, testimonianze e musica, l’incontro ha proposto un percorso articolato attorno a quattro temi principali: storia, lingua, mobilità e pace.

Dalle origini dell’esperanto al suo ruolo contemporaneo

La prima parte dell’incontro è stata dedicata alle origini dell’esperanto e alla figura di Ludwik Lejzer Zamenhof, che alla fine del XIX secolo ideò una lingua internazionale con l’obiettivo di facilitare la comprensione reciproca tra comunità linguistiche differenti.

Il percorso storico ha toccato anche il caso di Moresnet, territorio europeo nel quale, all’inizio del Novecento, venne immaginata la possibilità di adottare l’esperanto come lingua comune, mostrando come questa lingua sia stata associata fin dalle origini a progetti di convivenza e cooperazione.

Un secondo intervento ha approfondito le caratteristiche linguistiche dell’esperanto, evidenziando come la sua struttura regolare e la sua neutralità rispetto alle lingue nazionali possano favorire condizioni di comunicazione più equilibrate nei contesti internazionali.

Le mobilità Erasmus+: dall’apprendimento all’incontro

Una parte importante della serata è stata dedicata alle attività di mobilità internazionale promosse da BEA attraverso il programma Erasmus+.

Sono state illustrate le opportunità di partecipazione a incontri internazionali, attività culturali e percorsi formativi, sottolineando il valore di queste esperienze non soltanto dal punto di vista linguistico, ma anche per la crescita personale, lo sviluppo di competenze interculturali e la costruzione di relazioni internazionali.

Per BEA, infatti, le mobilità rappresentano uno degli strumenti principali attraverso i quali tradurre in esperienze concrete i valori di inclusione, partecipazione e cooperazione legati all’esperanto.

L’incontro ha permesso di collegare le attività associative agli obiettivi del programma Erasmus+, mostrando come la partecipazione a iniziative internazionali possa favorire il dialogo tra generazioni, culture e realtà sociali differenti.

Un’esperienza a Cipro: l’esperanto come lingua di dialogo

Particolarmente significativa è stata la testimonianza di Giovanni De Lucia, che ha raccontato la propria esperienza di mobilità a Cipro, nell’ambito di un’attività organizzata da TEJO, l’Organizzazione Mondiale della Gioventù Esperantista.

Cipro, isola ancora oggi divisa da un conflitto politico e territoriale irrisolto, rappresenta un contesto nel quale il tema della pace e della comunicazione tra comunità differenti assume un significato particolarmente concreto.

Attraverso il racconto della sua esperienza, Giovanni ha mostrato come l’esperanto possa diventare uno strumento di incontro e confronto anche in situazioni caratterizzate da divisioni storiche e culturali.

La testimonianza ha così collegato i temi affrontati negli interventi precedenti, offrendo un esempio concreto di come lingua, mobilità e dialogo possano intrecciarsi nelle esperienze dei partecipanti.

La musica come ulteriore linguaggio di incontro

La serata è stata arricchita da un concerto lirico del baritono Giorgio Di Nucci, accompagnato al pianoforte da Barbara Manfredini.

La musica ha aggiunto una dimensione artistica al percorso proposto, contribuendo a creare un momento di condivisione e richiamando il valore dei linguaggi capaci di mettere in relazione persone ed esperienze culturali differenti.

Dalla riflessione alle attività di BEA

L’incontro del 5 dicembre ha rappresentato per BEA un’occasione di divulgazione e di confronto pubblico, ma anche un momento per far conoscere il lavoro che l’associazione svolge attraverso le proprie attività culturali e i progetti europei.

Il collegamento tra le origini dell’esperanto, le sue caratteristiche linguistiche e le esperienze contemporanee di mobilità ha permesso di affrontare il tema della pace non soltanto come ideale, ma come pratica quotidiana di comunicazione, ascolto e conoscenza reciproca.

BEA prosegue questo lavoro promuovendo opportunità di partecipazione internazionale e mettendo a disposizione materiali di approfondimento dedicati ai temi affrontati durante la serata.

Le presentazioni sui quattro temi — storia, lingua, mobilità e pace — sono disponibili nella pagina di approfondimento dedicata all’esperanto come lingua di pace.

L’idea alla base di questo evento è molto semplice: riunire per una settimana giovani esperantisti provenienti da paesi diversi, creando uno spazio in cui imparare, discutere, organizzare attività e, soprattutto, vivere insieme. L’edizione del 2026 è stata organizzata da una commissione guidata da TEJO (organizzazione giovanile mondiale esperantista) e dalla KEJ (gioventù esprantista catalana) e ha visto la partecipazione di circa 300 persone. Il congresso si è svolto in Catalogna, a Tiana. La Conreria, sede del congresso, si trova all’interno del parco naturale della Serralada de la Marina, immersa nel verde e lontana dal caos della città, e durante la settimana ci ha offerto bellissimi scorci tra mare e montagna.

Ho partecipato sia come formatrice che come aiutante nel corso dell’evento, questo ha significato passare continuamente da un’attività all’altra: da un turno come aiutante alla realizzazione di un programma, allo svolgere i miei ruoli come volontaria al tavolo di TEJO per rispondere a domande o distribuire materiale dell’associazione, cercando nel frattempo di trovare il tempo per vedere gli amici, partecipare alle attività degli altri e, ogni tanto, ricordarmi che ero anche lì per godermi l’estate. In pratica, nel corso della settimana sono stata una trottola.

Come formatrice ho gestito il programma “Ekzercu kun la TEJO-volontuloj” (esercitati con i volontari di TEJO), e ho collaborato a “Kien la mondo iras?” (Dove va il mondo?) e TEJO sin prezentas (TEJO si presenta). Come volontaria dell’IJK ho svolto invece dei turni quotidianamente, durante i quali mi sono occupata soprattutto delle cose più pratiche: servire durante i pasti, stare alla trinkejo, distribuire materiali e dare una mano dove serviva.

La settimana è stata piena e non c’è mai stato un giorno come un altro. Il programma ufficiale comprendeva conferenze, discussioni, seminari, laboratori, giochi, concerti, attività culturali, escursioni e programmi serali e notturni. Tra le attività che mi sono rimaste più impresse c’è stata quella dedicata all’ecolinguistica, nella quale abbiamo esplorato il modo in cui le parole influenzano la nostra percezione della natura. Ho scoperto, per esempio, che alcune lingue hanno moltissime parole per descrivere la pioggia, mentre altre non ne hanno

nemmeno una. Mi ha fatto pensare a quanto sia diverso il modo in cui le varie lingue scelgono cosa nominare, distinguere e quindi, in qualche modo, osservare. Mi ha incuriosito molto anche lo spettacolo di teatro d’ombre indonesiano. Da musicista, sono stata particolarmente attratta dal modo in cui musica, narrazione e teatro si intrecciano all’interno di una tradizione così lontana da quella europea, nei miei anni di studi mi sono sempre confrontata principalmente con le tradizioni europee, americane o africane, per cui assistere finalmente dal vivo a una rappresentazione appartenente alla cultura asiatica, mi ha permesso di rispolverare delle conoscenze fino ad allora rimaste solo incastonate nei libri di testo.

Per quanto riguarda la mia esperienza come formatrice, voglio soffermarmi soprattutto sul programma sportivo che ho guidato, in quanto negli altri due programmi ho principalmente dato una mano. Ekzercu kun la TEJO-volontuloj in una settimana molto intensa ha rappresentato uno spazio di decompressione, questo è stato molto apprezzato dai partecipanti e dalla sottoscritta. Il programma di per sé è stato abbastanza semplice: un piccolo gruppo di persone si è riunito e ha svolto insieme vari esercizi, tuttavia da questa piccola iniziativa è nato un impegno più grande: nei giorni successivi il gruppetto che si è formato ha continuato di fatto ad allenarsi insieme ogni giorno, in modo totalmente spontaneo. Anche il programma “Kien la mondo iras?” ha ricevuto altrettanto successo, si è trattato di un gioco di ruolo geopolitico, basato su scenari catastrofici ma spaventosamente vicini alla realtà, è stato bellissimo vedere i partecipanti attivamente coinvolti e entusiasti di prendere parte al gioco, e quest’esperienza ha fornito diversi spunti di conversazione anche in seguito al programma, è sempre bello quando un progetto non termina allo scadere del tempo previsto da programma, ma trova spazio anche nei giorni a seguire nelle conversazioni o nelle azioni delle persone.

I momenti più belli dell’IJK però, sono stati quelli non scritti nel programma. Durante la Trinkmanĝa Nokto per esempio, aggirandomi tra i vari tavoli ricchi di prelibatezze, ho notato sul tavolo del Brasile una seconda bandiera, e ho riconosciuto che fosse quella dello stato di Pernambuco. La mia osservazione casuale ha scatenato l’euforia dei brasiliani, che mi hanno accolta immediatamente tra di loro e hanno iniziato a servirmi ogni singolo assaggio presente sul loro tavolo, da lì in poi mi sono poi ritrovata a passare la serata insieme a loro, che sono anche arrivati a eleggermi come “brasiliana onoraria”.

Un altro bellissimo fuori programma è avvenuto durante una delle serate in cui era previsto il DJ set di due miei amici, Gabriele e Francesco. Ho partecipato alla serata per dare il mio supporto dalla pista, quando Francesco ha preso il microfono e ha iniziato a farmi una dedica. Non avevo idea di cosa stesse succedendo e, per qualche secondo, sono rimasta semplicemente lì a chiedermi perché stesse parlando proprio di me. Poi è partita la musica e sullo schermo è comparsa addirittura una mia foto. Gabriele e Francesco avevano preso la mia voce da un vecchio messaggio vocale e l’avevano trasformata in una canzone, che avevano preparato di nascosto per mesi. Dopo lo spaesamento iniziale ho iniziato a ridere e a ballare, e mi sono divertita moltissimo a vedere tutti ballare su quella canzone completamente surreale, con la mia voce che usciva dagli altoparlanti e la mia faccia proiettata davanti a noi. È stato uno di quei momenti talmente assurdi che, mentre li vivi, non sai nemmeno bene come registrarli, sai soltanto che sei felice di essere lì. E più di tutto, mi ha fatto sentire un’enorme gratitudine per i miei amici, che avevano passato mesi a prepararmi una sorpresa del genere.

Ovviamente la perfezione non esiste, e benché io abbia chiaramente apprezzato il congresso, non sono mancati i momenti di difficoltà, anche legati a qualche intoppo organizzativo. Non sempre ho avuto informazioni chiarissime su quello che avrei dovuto fare, soprattutto nei primi giorni. Organizzare un evento con centinaia di persone e varie attività da gestire significa inevitabilmente avere un certo margine di caos, ma questa atmosfera caotica può tirare fuori il meglio di noi, soprattutto quando arriva il momento di deviare dal piano originale e creare sul momento un’alternativa adatta.

Ripensando alla settimana vissuta, sono certamente felice di aver preso parte a questa edizione di IJK. Oltre a creare e a rafforzare dei bellissimi legami, la cosa che più mi porto via da questa esperienza è senz’altro una maggiore fiducia nel riuscire a stare dentro situazioni che non posso controllare completamente: a improvvisare quando qualcosa non va secondo i piani, a condurre attività in esperanto senza passare metà del tempo a chiedermi se sto usando la parola giusta, a collaborare con persone provenienti da paesi e realtà diverse dalla mia e farlo in una lingua che, fino a poco tempo fa, non avrei mai immaginato di poter usare con tanta naturalezza e, soprattutto, a sentirmi abbastanza tranquilla anche quando non ho tutte le risposte. Ma soprattutto, dopo un anno di immersione nel mondo esperantista, da questo IJK ho portato via anche la sensazione di appartenere a una comunità accogliente e vivace.

Chiara Giommetti

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