Il vento freddo del Baltico, e una pioggia insistente, alternata a qualche ora di sole, gabbiani ed altri uccelli marini la cui voce un po’ stridula si fondeva con lo stormire delle fronde, quasi come in un pomeriggio di autunno, sono state le mie prime percezioni della città di Riga. Avevo coltivato nella mia immaginazione, nei mesi precedenti, alcune prefigurazioni, frutto della mia sola fantasia: un nord che non conoscevo, una lingua altrettanto ignota, una realtà tutta da scoprire. E finalmente, partecipando alla settimana baltica di esperanto, (Baltaj Esperanto Tagoj, (BET-60) – ne ho avuto l’opportunità. Si celebrava inoltre, quest’anno, il sessantesimo anniversario di tale evento, e questo ha contribuito ad aggiungere, attraverso alcune narrazioni nel tempo, informazioni che non avrei mai potuto acquisire. Alcune conferenze, infatti, sono state dedicate sia alla storia del movimento esperantista nei paesi baltici, sia a quella di nazioni limitrofe, come Polonia e Ucraina. Erano narrazioni di storia, condotte sia da chi le aveva vissute in prima persona, sia da chi si era opportunamente documentato; sempre e comunque un’interessante lezione di vita per me ed un accrescimento di conoscenza del movimento esperantista. Si parlava Esperanto sempre e ovunque: nei momenti di riposo, – pause fra una conferenza e l’altra,- nelle escursioni e nelle serate musicali e quasi mai, con mia grande meraviglia ho sentito parlare le lingue nazionali: un bell’esempio per noi, esperantisti del sud Europa, sempre molto trasgressivi.
L’accoglienza è stata buona, semplice, sobria, come del resto ogni altro aspetto della settimana; era evidente l’impegno degli organizzatori, così come quello dei partecipanti di non creare troppe difficoltà a nessuno. Come portatrice di disabilità, -visiva nello specifico-, non sono stata mai fatta segno di attenzione eccessiva, né di totale indifferenza: ho vissuto serenamente, partecipando a ciò che più mi interessava, senza trovare ostacoli, né nella quotidianità, né negli eventi particolari, come ad esempio, le escursioni. Voglio fare però, una riflessione che potrà forse essere utile alle persone con disabilità che parteciperanno a tali esperienze. Io infatti, erroneamente, non avevo segnalato la mia presenza, come disabile visiva, agli organizzatori della -settimana, perciò non ho potuto usufruire di nessun tipo di sussidio, come – un programma delle conferenze spedito in anticipo, o qualche mappa tattile della città o dei luoghi visitati nelle escursioni. Non ho avuto nessun problema, perché la mia accompagnatrice è persona competente, creativa e sa porsi nel giusto modo in presenza di un disagio, inoltre è lei stessa esperantista di lungo corso, perciò ha potuto leggere per me la -bultenoj- ed altro. Non sempre però, le persone non vedenti che partecipano ad eventi esperantisti, sono così fortunate, perciò è bene che parta proprio da loro una ragionevole serie di richieste che le mettano in grado di seguire meglio gli eventi stessi.
Durante le visite a un palazzo Rundale e al castello di Bauska ho potuto facilmente seguire tutte le spiegazioni della guida, ma proprio al castello, la mia accompagnatrice, molto più coraggiosa di me, ha chiesto se mi fosse possibile esplorare qualche statua o qualche oggetto grande, fuori dalle teche, e la risposta è stata subito, -no, ma lei non ha rinunciato e ha spiegato la ragione di tale richiesta, e allora è arrivato un sì di concessione, non molto gradevole, ma, sempre meglio che niente. Non c’è da meravigliarsi, perché questo accade ancora spesso in alcune situazioni. Consideriamo anche che in Italia abbiamo impegnato decenni di duro lavoro per ottenere, là dove si può, l’accessibilità all’arte, perciò, un Paese ancora giovane, come la Lettonia, avrà un po’ di strada da fare. Non è improbabile che la nostra partecipazione attiva, come esperantisti, possa dare, anche in questo un contributo.
In quanto alle conferenze, pur se io non sono un’esperantista di qualità, e quindi sempre cauta nelle valutazioni, mi sento di osservare che in particolare il livello di alcune era buono, sia sul versante linguistico, sia su quello dell’interesse: mi riferisco in particolare al reportage di viaggio in Madagascar, all’’analisi di alcuni aspetti della cultura australiana, e alla sintesi di un progetto di insegnamento dell’esperanto in alcune scuole in Polonia, forse un po’ dispersiva, ma con qualche buono spunto.
Due parole ancora, sull’ultima esperienza della settimana: la partecipazione al seminario sul giornalismo, partecipazione un po’ passiva, da parte mia, ma a volte, anche ascoltare serve, a condizione almeno, che ci sia una rielaborazione successiva, e questo non è mancato. Sono state comunque due ore di apprendimento che hanno dato un bel colpo alla mia presunzione. Sono stata infatti, un’insegnante di italiano nei licei, come tale pensavo di aver dato ai miei studenti almeno gli strumenti di base per la stesura di vari generi di testo, – articolo, saggio breve e altro-, in realtà ho scoperto che ben poco avevo fornito loro, che invece avrebbero, così come è avvenuto per me, appreso molto di più in quelle due ore. Ho capito perciò che le famose ormai un po’ desuete, cinque W utili, almeno noi credevamo, per impostare un articolo, sono soltanto un misero e scarno pacchetto di strumenti, che io avevo fornito ai miei alunni, pensando di dare loro una buona chiave di accesso. Ho invece imparato molto in quelle due ore, ho anche molto riflettuto, e certamente, se quanto appreso sedimenterà nella mia mente e potrà tradursi in coraggio , quando, e spesso capita, dovrò scrivere un articolo per qualche rivista, di associazioni diverse, il panico davanti alla tastiera e allo schermo vuoto, sarà un po’ attenuato e non ci sarà spazio per il desiderio di rinunciare.
Viletta Defilippo





