Anni ‘60, sto arrivando!

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L’Esperantujo è un mondo così variopinto che offre ogni tipo di avventura agli esperantisti, non importa dove o come.

Per questo ho deciso di partecipare alla seconda edizione dell’Adriatika Feriado, una settimana a fine giugno su un’isoletta croata di nome Prvić (in italiano Provicchio).
Non è un molto grande come posto, ma secondo me merita comunque una visita.

Diversamente dal 2024, quando c’erano state più escursioni, l’edizione di quest’anno si è concentrata sul puro relax e sul ricaricare le batterie sia fisiche che mentali.

Prvić ospita due villaggi – Prvić Luka e Šepurine – entrambi dotati dei servizi essenziali e di un proprio cimitero ciascuno, e in totale si contano appena 400-500 abitanti su tutta l’isola, tra l’altro priva di veicoli che circolano per le strade.

Essa è raggiungibile in un breve tragitto in traghetto da Vodice o Šibenik, e la sua superficie è leggermente collinare, con bunker militari risalenti al secolo scorso sul punto più alto (75 metri s.l.m.).

Noi partecipanti dell’Adriatika Feriado abbiamo dormito proprio in riva al mare, in una semplice struttura ricettiva (Odmaralište Požega) a Prvić Luka.
Questa fu costruita negli anni ‘60 – un tempo era una casa vacanze/ostello per guardie carcerarie – e una partecipante ci ha scherzato su dicendo che sembrava rimasta congelata negli anni ‘80 per via della sua austerità forse un po’ eccessiva.
Personalmente non sono d’accordo: ho trovato lì tutto il comfort e la pace di cui avevo bisogno. Siamo stati con mezza pensione, quindi per la cena ci siamo dovuti arrangiare usando la cucinetta dell’ostello e i prodotti acquistati nel minimarket dell’isola.

Il mare è stato favoloso! Era pieno di ricci e cetrioli di mare, una conferma della purezza dell’acqua. In generale il luogo era indubbiamente tranquillo, già solo col suono del canto continuo delle cicale e altri insetti.

Con me sono venuti altri due italiani, e in totale il gruppo esperantista era formato da 27 persone, per lo più Croati.

A proposito degli altri partecipanti ho trovato solo persone gentili, e la permanenza è stata piacevole anche grazie a loro. Abbiamo mangiato insieme, chiacchierato un po’, giocato a carte, ascoltato canzoni e cantato accompagnati dal ritmo della chitarra.
Quello che ho apprezzato di più è stata l’atmosfera rilassata che si è creata già dalla prima sera.

Oltre al relax non sono mancate attività più educative, come la visita al museo dell’isola dedicato all’umanista, filosofo e inventore del XV secolo Faust Vrančić (1551-1617, Fausto Veranzio in italiano), che trascorse la sua infanzia proprio su Prvić.

È noto per essere stato il primo a cercare di raggruppare parole delle lingue più prestigiose del suo tempo (chiamava “dalmato” il serbo-croato dell’epoca), ed è ancor più famoso per il suo libro Machinae Novae, contenente disegni di vari progetti come ponti, macchine idrauliche e un paracadute quadrato (motivo per cui è considerato una sorta di Leonardo da Vinci croato). Non si limitò a ideare: realizzò fisicamente anche le sue invenzioni!
Grazie a suo zio Antun, benestante, poté spostarsi in centri importanti come Bratislava e Vienna per studiare.

Inoltre, anche il mio amico Oscar ha proposto altre escursioni, e quindi l’ho accompagnato. Siamo stati al Parco Nazionale del fiume Krka (Cherca), una riserva naturale ricca di vegetazione e scroscianti cascate. Flora e fauna lì prosperano abbondantemente, con una grande varietà di insetti.

Il parco si trova a soli venti chilometri da Prvić, e ne abbiamo approfittato per visitare anche la città di Šibenik con la sua cattedrale bianca intitolata a San Giacomo.

Abbiamo anche esplorato l’isola di Zlarin, più grande rispetto alla nostra base.

Merita di essere visitata anche Zara (Zadar), dove sono atterrato con il volo. La città ha un centro storico molto affascinante, con un foro romano, archi e fortificazioni veneziane, chiese dalle facciate chiare ecc..

La cosa più interessante per me è stata l’Organo Marino, una meraviglia acustica costruita dall’architetto Nikola Bašić nel 2005. Con una trentina di canne per metà immerse nel mare produce un’ampia gamma di melodie, che variano a seconda del movimento dell’acqua, della sua calma o agitazione, e del livello delle maree.

Cosa ho imparato durante l’Adriatika Feriado?

Sicuramente un po’ più di lingua ungherese!
C’erano tre partecipanti ungheresi con cui ho conversato un po’ su cose semplici mentre eravamo insieme sul traghetto per Šibenik. Non ho quasi nessuno con cui fare pratica di ungherese, quindi cerco spesso di superare la “barriera dell’insicurezza” e lanciarmi in una conversazione.

Mi sono appassionato all’ungherese due anni fa; saperlo bene non è una mio obiettivo di vita, ma comunque mi piace molto e mi ha dato grande soddisfazione capire cosa dicevano i miei interlocutori, e ancor di più essere capito da loro! Mi hanno fatto i complimenti per la mia pronuncia chiara e il mio accento magiareggiante, cosa che mi ha molto lusingato.
In sintesi, ho sicuramente guadagnato più fiducia in me stesso durante e dopo questi dialoghi.

Un’altra skill che credo di aver migliorato è stata la la riprova che l’età non conta: non è sempre per la differenza anagrafica che le persone si capiscono meglio o peggio.
Eventuali incomprensioni o punti di forza dipendono da molti fattori, e l’età è solo uno di questi.

Credo di averlo notato ancora più chiaramente proprio perché mi trovavo in un ambiente linguistico, cioè con persone unite dall’interesse per l’Esperanto e che avevano una più ampia gamma di esperienze di vita rispetto a me.

Per spiegarmi meglio: la settimana su Prvić ha rafforzato in me l’idea e la conferma di un principio, cioè non giudicare troppo in fretta, o almeno cercare di farlo meno.

A volte, non avere aspettative in nessuna direzione è la cosa migliore.
Dopotutto, ci vuole molto tempo per farsi un’idea completa e abbastanza veritiera di qualcuno, quindi è importante non trarre conclusioni affrettate.

Quindi, ecco in sintesi la mia esperienza all’Adriatika Feriado.
Spero di aver convinto almeno un po’ voi lettori a parteciparvi in futuro.

Come sempre, ringrazio la Bunta Esperanto-Asocio (BEA), che ha reso possibile questo viaggio, e tutte le persone presenti, che hanno reso la mia settimana ancora più piacevole.

Alla prossima avventura in Esperantujo!
Diego F. Lotesto

L’idea alla base di questo evento è molto semplice: riunire per una settimana giovani esperantisti provenienti da paesi diversi, creando uno spazio in cui imparare, discutere, organizzare attività e, soprattutto, vivere insieme. L’edizione del 2026 è stata organizzata da una commissione guidata da TEJO (organizzazione giovanile mondiale esperantista) e dalla KEJ (gioventù esprantista catalana) e ha visto la partecipazione di circa 300 persone. Il congresso si è svolto in Catalogna, a Tiana. La Conreria, sede del congresso, si trova all’interno del parco naturale della Serralada de la Marina, immersa nel verde e lontana dal caos della città, e durante la settimana ci ha offerto bellissimi scorci tra mare e montagna.

Ho partecipato sia come formatrice che come aiutante nel corso dell’evento, questo ha significato passare continuamente da un’attività all’altra: da un turno come aiutante alla realizzazione di un programma, allo svolgere i miei ruoli come volontaria al tavolo di TEJO per rispondere a domande o distribuire materiale dell’associazione, cercando nel frattempo di trovare il tempo per vedere gli amici, partecipare alle attività degli altri e, ogni tanto, ricordarmi che ero anche lì per godermi l’estate. In pratica, nel corso della settimana sono stata una trottola.

Come formatrice ho gestito il programma “Ekzercu kun la TEJO-volontuloj” (esercitati con i volontari di TEJO), e ho collaborato a “Kien la mondo iras?” (Dove va il mondo?) e TEJO sin prezentas (TEJO si presenta). Come volontaria dell’IJK ho svolto invece dei turni quotidianamente, durante i quali mi sono occupata soprattutto delle cose più pratiche: servire durante i pasti, stare alla trinkejo, distribuire materiali e dare una mano dove serviva.

La settimana è stata piena e non c’è mai stato un giorno come un altro. Il programma ufficiale comprendeva conferenze, discussioni, seminari, laboratori, giochi, concerti, attività culturali, escursioni e programmi serali e notturni. Tra le attività che mi sono rimaste più impresse c’è stata quella dedicata all’ecolinguistica, nella quale abbiamo esplorato il modo in cui le parole influenzano la nostra percezione della natura. Ho scoperto, per esempio, che alcune lingue hanno moltissime parole per descrivere la pioggia, mentre altre non ne hanno

nemmeno una. Mi ha fatto pensare a quanto sia diverso il modo in cui le varie lingue scelgono cosa nominare, distinguere e quindi, in qualche modo, osservare. Mi ha incuriosito molto anche lo spettacolo di teatro d’ombre indonesiano. Da musicista, sono stata particolarmente attratta dal modo in cui musica, narrazione e teatro si intrecciano all’interno di una tradizione così lontana da quella europea, nei miei anni di studi mi sono sempre confrontata principalmente con le tradizioni europee, americane o africane, per cui assistere finalmente dal vivo a una rappresentazione appartenente alla cultura asiatica, mi ha permesso di rispolverare delle conoscenze fino ad allora rimaste solo incastonate nei libri di testo.

Per quanto riguarda la mia esperienza come formatrice, voglio soffermarmi soprattutto sul programma sportivo che ho guidato, in quanto negli altri due programmi ho principalmente dato una mano. Ekzercu kun la TEJO-volontuloj in una settimana molto intensa ha rappresentato uno spazio di decompressione, questo è stato molto apprezzato dai partecipanti e dalla sottoscritta. Il programma di per sé è stato abbastanza semplice: un piccolo gruppo di persone si è riunito e ha svolto insieme vari esercizi, tuttavia da questa piccola iniziativa è nato un impegno più grande: nei giorni successivi il gruppetto che si è formato ha continuato di fatto ad allenarsi insieme ogni giorno, in modo totalmente spontaneo. Anche il programma “Kien la mondo iras?” ha ricevuto altrettanto successo, si è trattato di un gioco di ruolo geopolitico, basato su scenari catastrofici ma spaventosamente vicini alla realtà, è stato bellissimo vedere i partecipanti attivamente coinvolti e entusiasti di prendere parte al gioco, e quest’esperienza ha fornito diversi spunti di conversazione anche in seguito al programma, è sempre bello quando un progetto non termina allo scadere del tempo previsto da programma, ma trova spazio anche nei giorni a seguire nelle conversazioni o nelle azioni delle persone.

I momenti più belli dell’IJK però, sono stati quelli non scritti nel programma. Durante la Trinkmanĝa Nokto per esempio, aggirandomi tra i vari tavoli ricchi di prelibatezze, ho notato sul tavolo del Brasile una seconda bandiera, e ho riconosciuto che fosse quella dello stato di Pernambuco. La mia osservazione casuale ha scatenato l’euforia dei brasiliani, che mi hanno accolta immediatamente tra di loro e hanno iniziato a servirmi ogni singolo assaggio presente sul loro tavolo, da lì in poi mi sono poi ritrovata a passare la serata insieme a loro, che sono anche arrivati a eleggermi come “brasiliana onoraria”.

Un altro bellissimo fuori programma è avvenuto durante una delle serate in cui era previsto il DJ set di due miei amici, Gabriele e Francesco. Ho partecipato alla serata per dare il mio supporto dalla pista, quando Francesco ha preso il microfono e ha iniziato a farmi una dedica. Non avevo idea di cosa stesse succedendo e, per qualche secondo, sono rimasta semplicemente lì a chiedermi perché stesse parlando proprio di me. Poi è partita la musica e sullo schermo è comparsa addirittura una mia foto. Gabriele e Francesco avevano preso la mia voce da un vecchio messaggio vocale e l’avevano trasformata in una canzone, che avevano preparato di nascosto per mesi. Dopo lo spaesamento iniziale ho iniziato a ridere e a ballare, e mi sono divertita moltissimo a vedere tutti ballare su quella canzone completamente surreale, con la mia voce che usciva dagli altoparlanti e la mia faccia proiettata davanti a noi. È stato uno di quei momenti talmente assurdi che, mentre li vivi, non sai nemmeno bene come registrarli, sai soltanto che sei felice di essere lì. E più di tutto, mi ha fatto sentire un’enorme gratitudine per i miei amici, che avevano passato mesi a prepararmi una sorpresa del genere.

Ovviamente la perfezione non esiste, e benché io abbia chiaramente apprezzato il congresso, non sono mancati i momenti di difficoltà, anche legati a qualche intoppo organizzativo. Non sempre ho avuto informazioni chiarissime su quello che avrei dovuto fare, soprattutto nei primi giorni. Organizzare un evento con centinaia di persone e varie attività da gestire significa inevitabilmente avere un certo margine di caos, ma questa atmosfera caotica può tirare fuori il meglio di noi, soprattutto quando arriva il momento di deviare dal piano originale e creare sul momento un’alternativa adatta.

Ripensando alla settimana vissuta, sono certamente felice di aver preso parte a questa edizione di IJK. Oltre a creare e a rafforzare dei bellissimi legami, la cosa che più mi porto via da questa esperienza è senz’altro una maggiore fiducia nel riuscire a stare dentro situazioni che non posso controllare completamente: a improvvisare quando qualcosa non va secondo i piani, a condurre attività in esperanto senza passare metà del tempo a chiedermi se sto usando la parola giusta, a collaborare con persone provenienti da paesi e realtà diverse dalla mia e farlo in una lingua che, fino a poco tempo fa, non avrei mai immaginato di poter usare con tanta naturalezza e, soprattutto, a sentirmi abbastanza tranquilla anche quando non ho tutte le risposte. Ma soprattutto, dopo un anno di immersione nel mondo esperantista, da questo IJK ho portato via anche la sensazione di appartenere a una comunità accogliente e vivace.

Chiara Giommetti

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