JES un’esperienza forte e profonda!

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Quella di quest’anno è stata per me la quarta partecipazione allo JES, ma ogni volta ho la sensazione di non “tornare”, bensì di entrare in un nuovo capitolo dello stesso percorso. Lo JES non è mai identico a se stesso: cambiano i luoghi, le persone, ma resta intatta quella sensazione di spazio condiviso in cui è possibile sperimentare, mettersi in gioco e sentirsi parte di qualcosa di comune e di più grande. Negli anni precedenti, questa esperienza è sempre stata per me profondamente arricchente, sia sul piano personale che su quello associativo. Ogni JES mi ha permesso di crescere, di collaborare con giovani provenienti da contesti culturali e linguistici diversi, di rafforzare il mio impegno nel movimento esperantista e di scoprire nuovi modi di partecipare alla vita associativa. Con il tempo, ho smesso di considerare lo JES come “un evento” e ho iniziato a viverlo come un processo continuo di formazione, relazione e trasformazione. Uno degli elementi che meglio rappresenta ciò che lo JES è per me, l’esperienza di Kukumio. Durante l’edizione precedente, infatti, tutto era nato un po’ per gioco: un gruppo informale, qualche idea e la voglia di sperimentare qualcosa di nuovo. Nessuno di noi immaginava che quell’attività ludica si sarebbe trasformata in un vero progetto educativo. Nei mesi successivi, Kukumio è cresciuto insieme a noi. È stato migliorato, adattato, testato in contesti diversi, fino ad arrivare, nel giugno 2025, a un momento per me simbolicamente importante: la partecipazione all’EYE – European Youth Event al Parlamento Europeo di Strasburgo, insieme a TEJO. In quell’occasione abbiamo presentato e facilitato Kukumio a giovani provenienti da tutta Europa, creando spazi di dialogo su temi complessi come: i diritti
linguistici, la discriminazione, le minoranze, l’uguaglianza sociale. Vedere persone di paesi diversi confrontarsi, emozionarsi e riconoscersi in un gioco nato allo JES è stato per me un momento di grande consapevolezza: le idee nate in spazi informali, se sostenute da una comunità, possono davvero arrivare lontano. Tornare allo JES quest’anno significava quindi anche continuare quel percorso.

All’interno di questo JES, insieme al collega Michael Boris, ho co-organizzato il training “Iĝu reprezentanto de TEJO”. L’idea di base è semplice: la gioventù esperantista non è un’isola separata dalla società, ma una parte viva della società, capace di dialogare con istituzioni, reti giovanili e contesti internazionali. Abbiamo costruito il laboratorio in modo pratico e coinvolgente, basandoci su simulazioni realistiche. Lə partecipanti durante tre sessioni, si sono immaginatə a rappresentare l’associazione in contesti istituzionali, come: incontri con altre organizzazioni giovanili, eventi europei, spazi di consultazione democratica. Durante queste simulazioni, abbiamo lavorato su: capacità argomentative, advocacy,public speaking, uso consapevole dell’inglese e dell’esperanto in contesti formali. Non si trattava di “recitare una parte”, ma di provare davvero a diventare rappresentanti, mettendosi in gioco, affrontando l’imbarazzo, la paura di parlare, il bisogno di trovare parole giuste.
Questa esperienza ha avuto, secondo me, una ricaduta concreta: su di me, perché mi aiuta a riconoscermi sempre più come parte attiva e responsabile di un’associazione con cui collaboro ormai da anni; ● sull’associazione, perché contribuisce a formare persone con competenze specifiche nell’ambito della rappresentanza, della mediazione culturale e della partecipazione democratica, capaci di muoversi con sicurezza negli spazi istituzionali e di portare lì i valori dell’esperantismo.

Ma lo JES non è solo formazione. È un evento a cui torno sempre con affetto, a cui cerco sempre di dare una mano anche nell’organizzazione, perché sento che fa parte della mia storia personale. È uno spazio in cui mi riconosco, in cui rivedo il mio percorso degli ultimi quattro anni: non solo come esperantista, ma come persona che ha imparato a credere nel valore della comunità. Negli ultimi anni, il senso di appartenenza è diventato centrale nella mia vita, e lo JES è uno dei luoghi in cui questo si manifesta in modo più forte. È il momento in cui si incontrano e si rincontrano amicə che vivono in paesi diversi, persone che senza questo evento non avrei mai la possibilità di vedere.
Per molte persone, lo JES è un punto fisso in Europa, uno spazio dove ritrovarsi e condividere tempo prezioso. E per alcune, è anche un punto d’incontro globale: ci sono persone che arrivano da altri continenti, rendendo questo festival un vero crocevia di storie, lingue e vite. Sapere che, anno dopo anno, posso rivedere le stesse persone, riconoscere i loro volti, crescere insieme a loro, è qualcosa di profondamente prezioso. Grazie a questi progetti comuni, abbiamo avuto la possibilità di crescere insieme, di cambiare, di sbagliare, di migliorare, portando avanti la stessa idea di mondo in contesti sempre nuovi.
Quello che forse mi colpisce di più dell’esperantujo è proprio questa commistione particolare: da una parte il suo volto più formale, intellettuale, a volte persino istituzionale – fatto di congressi, documenti, tavoli di lavoro, interventi pubblici – dall’altra una dimensione profondamente umana e personale, fatta di amicizie, risate, stanchezza condivisa, piccoli momenti che rimangono a lungo nella memoria. Dopo anni di partecipazione a questi eventi, faccio ancora fatica a “mettere ordine” tra i ricordi: le lunghissime conversazioni notturne, gli accesi dibattiti, le passeggiate improvvisate, le lingue che si intrecciano nei corridoi. È come se, in una sola settimana, si concentrassero mesi di vita, in una dimensione un po’ sospesa, dove ritrovarsi tuttə insieme la sera a guardare Shrek doppiato in esperanto, non è più una cosa poi così strana.
Sono sensazioni dense per cui spero, davvero, di poter continuare a crescere in ambienti come questo, nonostante le stranezze, le inusualità, e tutto ciò che li rende così diversi dal resto del mondo.

Gabriele Esposito Guido

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