L’abbraccio del Mar Baltico

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Nell’ambito di un progetto Erasmus+ di Bunta Esperanto-Asocio ho partecipato ai 60 Baltiaj Esperanto-Tagoj (BET-60), organizzati quest’anno dalla Latvia Esperanto-Asocio: si tratta della manifestazione esperantista più popolare dei Paesi baltici, con oltre sessant’anni di storia alle spalle. Il primo BET si tenne infatti nel 1959, proprio in Lettonia. L’evento si è confermato un appuntamento realmente internazionale, con circa 100 partecipanti provenienti da 15 Paesi, e viene organizzato a turno dagli esperantisti lettoni, estoni e lituani, a testimonianza di una collaborazione “regionale” consolidata nel tempo.

Il congresso si è svolto dal 4 all’11 luglio 2026 presso una scuola tecnica di Riga con annesso studentato. Si tratta di una struttura ristrutturata di recente, con interventi di efficientamento energetico realizzati grazie a finanziamenti europei.

 

  • Attività e conferenze

Il programma culturale ha avuto un peso importante. Molto interessante è stata la parte musicale, con canti lettoni proposti sia in lingua originale sia in esperanto, nell’ambito di diversi concerti (tra cui “Infanoj de Aŭstra” e “Rīgas Danči”). Ho apprezzato in particolare la scelta di collocare uno spazio musicale subito prima o subito dopo il pranzo: una soluzione che permette la partecipazione anche alle famiglie con bambini piccoli, spesso penalizzate negli incontri esperantisti perché i concerti si tengono di norma solo dopo cena. Tra le esibizioni più riuscite segnalo quella del duo ĴeLe (Ĵenia kaj Lena), attivo dal 2009 e noto soprattutto per canzoni proprie e canti popolari ucraini; dal 2020 il duo ha arricchito il proprio repertorio con brani pianistici a quattro mani. La loro musica, melodiosa, acustica e toccante, si è rivelata adatta a un pubblico di ogni generazione.

Le conferenze (alcune delle quali inserite nella “Somera Universitato”, l’università estiva) non sono state numerose, ma ne ho gradito particolarmente la qualità e la non contemporaneità. 

Tra gli interventi secondo me di maggiore interesse c’è stato quello di Jerzy Leyk che ha avviato in Polonia una sperimentazione sull’uso dell’esperanto con bambini con disabilità intellettiva moderata (ma non affetti da disturbo dello spettro autistico), esplorando la possibilità che una lingua regolare e facilmente analizzabile possa favorire non solo competenze linguistiche, ma anche motivazione, autostima e sviluppo cognitivo.  È stato anche utilizzato il programma Akcelilo, sviluppato nell’ambito della didattica dell’esperanto come acceleratore linguistico.

I primi risultati vengono descritti da Leyk come incoraggianti, anche se saranno necessari ulteriori studi sistematici per valutarne pienamente l’efficacia. Come ha spiegato lui stesso, per avere un valore statistico una ricerca dovrebbe avere almeno 40 bambini per il gruppo sperimentale e altrettanti per il gruppo di controllo, ma questo è difficilmente realizzabile: di solito in ogni scuola ci sono non più di 4-7 bambini non autistici con questo tipo di ritardo.

Quello che trovo veramente interessante e che è stato sottolineato dal relatore è che il fine dell’attività educativa non è stato creare nuovi esperantisti, ma migliorare il benessere dei ragazzi.

Un altro intervento molto interessante è stato quello di Ulrich Mattias sull’effetto Semmelweis. Ignác Semmelweis (1818-1865) aveva intuito che i medici trasmettevano la malattia passando dalle autopsie alle sale parto senza lavarsi adeguatamente le mani. Introdusse così l’obbligo di disinfezione con una soluzione di cloruro di calce prima di visitare le pazienti, ottenendo un drastico calo dei decessi.

Le sue idee furono accolte con scetticismo e ostilità, poiché contrastavano le convinzioni mediche dell’epoca, quando la teoria dei germi non era ancora stata formulata. Semmelweis fu emarginato, perse il proprio incarico e morì nel 1865 in un ospedale psichiatrico. 

A incidere sul rifiuto, oltre alle resistenze naturali rispetto al nuovo, potrebbero esserci stati anche altri fattori: Semmelweis era un ungherese che lavorava a Vienna, e il suo cognome secondo il relatore era ebraicizzante. 

  • Seminario di giornalismo

Ho inoltre avuto l’opportunità di tenere un seminario dal titolo «Bazoj de ĵurnalismo» (Le basi del giornalismo), aperto da un ricordo di Paul Gubbins, giornalista, redattore ed esperantista britannico, per anni caporedattore della rivista Monato. Nella prima parte ho affrontato i limiti dell’intelligenza artificiale applicata al giornalismo: i grandi modelli linguistici si basano su correlazioni statistiche tra parole più che su una vera comprensione, e possono produrre testi coerenti in superficie ma con fatti inventati o salti illogici; per essere affidabile, un’IA dovrebbe non solo scrivere in modo fluido, ma anche ragionare causalmente e rispettare la precisione fattuale. 

Ciò che un giornalista può offrire, rispetto a un’intelligenza artificiale o agli stessi colleghi, è proprio una chiave di lettura personale: un dettaglio, un angolo di osservazione che altri non hanno notato.

  • Escursioni

La visita a Rundāle e Bauska mi ha lasciato non solo l’impressione di due luoghi storici di grande valore, ma anche uno spunto di riflessione che ho voluto proporre alla nostra guida. In Italia e in altri Paesi si sta infatti diffondendo sempre di più l’uso di modelli tattili e miniature che permettono anche alle persone non vedenti di fruire pienamente di musei e monumenti storici: un’accessibilità che a Rundāle e Bauska, per quanto ho potuto osservare, non è ancora presente. Trovo significativo ricordare, a questo proposito, che gli esperantisti sono stati pionieri proprio in questo campo: ad Ancona si trova il Museo Omero, nato grazie all’iniziativa degli esperantisti Grassini e Bottegoni, dove i visitatori possono esplorare tattilmente copie di sculture famose. Penso che un dialogo tra Rundāle e realtà come il Museo Omero potrebbe portare benefici concreti in termini di accessibilità.

 

Un secondo spunto riguarda la comunicazione verso il pubblico internazionale. Ho notato, sempre a Rundāle, la mancanza di materiale informativo in lingua italiana, così come in altre lingue quali il giapponese: un segnale che, con ogni probabilità, ancora pochi italiani visitano il castello. Non credo sia un caso isolato, ma un limite comune a molti siti storici dell’Europa orientale poco conosciuti fuori dai confini nazionali. Proprio per questo motivo attribuisco ai congressi esperantisti internazionali un ruolo prezioso e concreto, che va oltre la pratica linguistica: fanno conoscere ai partecipanti luoghi che altrimenti resterebbero pressoché sconosciuti, e trasformano ogni congressista in un potenziale ambasciatore di quella destinazione. In Italia presenterò Rundāle e Bauska come mete che meritano una visita, e di questo scambio di sguardi tra Paesi che l’esperanto rende possibile.

 

Nel complesso, il BET-60 si è confermato un appuntamento realmente internazionale: grazie alle escursioni, ai programmi musicali e alle conferenze ho potuto non solo esercitare l’esperanto, ma anche approfondire la conoscenza della storia e della cultura della Lettonia.

  • Una festa, molti popoli

Il BET è una manifestazione che ri-unisce i popoli: uno dei momenti più toccanti è stato quando (insieme ai 60 anni della manifestazione stessa) tutti i partecipanti – persone di tutto il mondo – in Lettonia, hanno festeggiato insieme il 6 luglio, festa nazionale lituana. Un gesto semplice, ma altamente simbolico: attraverso l’esperanto, una comunità internazionale ha potuto celebrare la storia e l’identità di uno dei popoli più piccoli e meno visibili, trasformando una ricorrenza nazionale in un momento condiviso. Conferenze, escursioni, musica nazionale tradotta in esperanto e (perché no?) anche la mobilità sostenibile: tutto ciò ci ha permesso di avvicinarci il più possibile alla cultura locale.

L’abbraccio che unisce i popoli baltici – Lettoni, Lituani ed Estoni – si è esteso anche agli Ucraini. In quel momento ho percepito con particolare intensità cosa significhi sentirsi cittadino europeo: non solo appartenere a uno spazio geografico comune, ma condividere memorie, culture e solidarietà tra popoli diversi.

Massimo Ripani

L’idea alla base di questo evento è molto semplice: riunire per una settimana giovani esperantisti provenienti da paesi diversi, creando uno spazio in cui imparare, discutere, organizzare attività e, soprattutto, vivere insieme. L’edizione del 2026 è stata organizzata da una commissione guidata da TEJO (organizzazione giovanile mondiale esperantista) e dalla KEJ (gioventù esprantista catalana) e ha visto la partecipazione di circa 300 persone. Il congresso si è svolto in Catalogna, a Tiana. La Conreria, sede del congresso, si trova all’interno del parco naturale della Serralada de la Marina, immersa nel verde e lontana dal caos della città, e durante la settimana ci ha offerto bellissimi scorci tra mare e montagna.

Ho partecipato sia come formatrice che come aiutante nel corso dell’evento, questo ha significato passare continuamente da un’attività all’altra: da un turno come aiutante alla realizzazione di un programma, allo svolgere i miei ruoli come volontaria al tavolo di TEJO per rispondere a domande o distribuire materiale dell’associazione, cercando nel frattempo di trovare il tempo per vedere gli amici, partecipare alle attività degli altri e, ogni tanto, ricordarmi che ero anche lì per godermi l’estate. In pratica, nel corso della settimana sono stata una trottola.

Come formatrice ho gestito il programma “Ekzercu kun la TEJO-volontuloj” (esercitati con i volontari di TEJO), e ho collaborato a “Kien la mondo iras?” (Dove va il mondo?) e TEJO sin prezentas (TEJO si presenta). Come volontaria dell’IJK ho svolto invece dei turni quotidianamente, durante i quali mi sono occupata soprattutto delle cose più pratiche: servire durante i pasti, stare alla trinkejo, distribuire materiali e dare una mano dove serviva.

La settimana è stata piena e non c’è mai stato un giorno come un altro. Il programma ufficiale comprendeva conferenze, discussioni, seminari, laboratori, giochi, concerti, attività culturali, escursioni e programmi serali e notturni. Tra le attività che mi sono rimaste più impresse c’è stata quella dedicata all’ecolinguistica, nella quale abbiamo esplorato il modo in cui le parole influenzano la nostra percezione della natura. Ho scoperto, per esempio, che alcune lingue hanno moltissime parole per descrivere la pioggia, mentre altre non ne hanno

nemmeno una. Mi ha fatto pensare a quanto sia diverso il modo in cui le varie lingue scelgono cosa nominare, distinguere e quindi, in qualche modo, osservare. Mi ha incuriosito molto anche lo spettacolo di teatro d’ombre indonesiano. Da musicista, sono stata particolarmente attratta dal modo in cui musica, narrazione e teatro si intrecciano all’interno di una tradizione così lontana da quella europea, nei miei anni di studi mi sono sempre confrontata principalmente con le tradizioni europee, americane o africane, per cui assistere finalmente dal vivo a una rappresentazione appartenente alla cultura asiatica, mi ha permesso di rispolverare delle conoscenze fino ad allora rimaste solo incastonate nei libri di testo.

Per quanto riguarda la mia esperienza come formatrice, voglio soffermarmi soprattutto sul programma sportivo che ho guidato, in quanto negli altri due programmi ho principalmente dato una mano. Ekzercu kun la TEJO-volontuloj in una settimana molto intensa ha rappresentato uno spazio di decompressione, questo è stato molto apprezzato dai partecipanti e dalla sottoscritta. Il programma di per sé è stato abbastanza semplice: un piccolo gruppo di persone si è riunito e ha svolto insieme vari esercizi, tuttavia da questa piccola iniziativa è nato un impegno più grande: nei giorni successivi il gruppetto che si è formato ha continuato di fatto ad allenarsi insieme ogni giorno, in modo totalmente spontaneo. Anche il programma “Kien la mondo iras?” ha ricevuto altrettanto successo, si è trattato di un gioco di ruolo geopolitico, basato su scenari catastrofici ma spaventosamente vicini alla realtà, è stato bellissimo vedere i partecipanti attivamente coinvolti e entusiasti di prendere parte al gioco, e quest’esperienza ha fornito diversi spunti di conversazione anche in seguito al programma, è sempre bello quando un progetto non termina allo scadere del tempo previsto da programma, ma trova spazio anche nei giorni a seguire nelle conversazioni o nelle azioni delle persone.

I momenti più belli dell’IJK però, sono stati quelli non scritti nel programma. Durante la Trinkmanĝa Nokto per esempio, aggirandomi tra i vari tavoli ricchi di prelibatezze, ho notato sul tavolo del Brasile una seconda bandiera, e ho riconosciuto che fosse quella dello stato di Pernambuco. La mia osservazione casuale ha scatenato l’euforia dei brasiliani, che mi hanno accolta immediatamente tra di loro e hanno iniziato a servirmi ogni singolo assaggio presente sul loro tavolo, da lì in poi mi sono poi ritrovata a passare la serata insieme a loro, che sono anche arrivati a eleggermi come “brasiliana onoraria”.

Un altro bellissimo fuori programma è avvenuto durante una delle serate in cui era previsto il DJ set di due miei amici, Gabriele e Francesco. Ho partecipato alla serata per dare il mio supporto dalla pista, quando Francesco ha preso il microfono e ha iniziato a farmi una dedica. Non avevo idea di cosa stesse succedendo e, per qualche secondo, sono rimasta semplicemente lì a chiedermi perché stesse parlando proprio di me. Poi è partita la musica e sullo schermo è comparsa addirittura una mia foto. Gabriele e Francesco avevano preso la mia voce da un vecchio messaggio vocale e l’avevano trasformata in una canzone, che avevano preparato di nascosto per mesi. Dopo lo spaesamento iniziale ho iniziato a ridere e a ballare, e mi sono divertita moltissimo a vedere tutti ballare su quella canzone completamente surreale, con la mia voce che usciva dagli altoparlanti e la mia faccia proiettata davanti a noi. È stato uno di quei momenti talmente assurdi che, mentre li vivi, non sai nemmeno bene come registrarli, sai soltanto che sei felice di essere lì. E più di tutto, mi ha fatto sentire un’enorme gratitudine per i miei amici, che avevano passato mesi a prepararmi una sorpresa del genere.

Ovviamente la perfezione non esiste, e benché io abbia chiaramente apprezzato il congresso, non sono mancati i momenti di difficoltà, anche legati a qualche intoppo organizzativo. Non sempre ho avuto informazioni chiarissime su quello che avrei dovuto fare, soprattutto nei primi giorni. Organizzare un evento con centinaia di persone e varie attività da gestire significa inevitabilmente avere un certo margine di caos, ma questa atmosfera caotica può tirare fuori il meglio di noi, soprattutto quando arriva il momento di deviare dal piano originale e creare sul momento un’alternativa adatta.

Ripensando alla settimana vissuta, sono certamente felice di aver preso parte a questa edizione di IJK. Oltre a creare e a rafforzare dei bellissimi legami, la cosa che più mi porto via da questa esperienza è senz’altro una maggiore fiducia nel riuscire a stare dentro situazioni che non posso controllare completamente: a improvvisare quando qualcosa non va secondo i piani, a condurre attività in esperanto senza passare metà del tempo a chiedermi se sto usando la parola giusta, a collaborare con persone provenienti da paesi e realtà diverse dalla mia e farlo in una lingua che, fino a poco tempo fa, non avrei mai immaginato di poter usare con tanta naturalezza e, soprattutto, a sentirmi abbastanza tranquilla anche quando non ho tutte le risposte. Ma soprattutto, dopo un anno di immersione nel mondo esperantista, da questo IJK ho portato via anche la sensazione di appartenere a una comunità accogliente e vivace.

Chiara Giommetti

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