Una lingua, uno spazio umano

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Il mio primo incontro con l’Esperanto risale all’infanzia. Fin da piccolo ho sempre avuto un forte interesse per le lingue e per le culture del mondo, curiositò che mi ha portato a scoprire anche l’Esperanto come progetto linguistico e umano capace di unire persone di Paesi diversi attraverso una lingua comune e neutrale. In quel periodo avevo iniziato ad avvicinarmi all’Esperanto in modo spontaneo e intuitivo; tuttavia, vivendo in Bielorussia, in un contesto piuttosto chiuso e privo di una comunità esperantista attiva, non avevo la possibilità concreta di praticarlo né di sviluppare realmente questa conoscenza. Mancava il contesto umano in cui una lingua possa diventare viva. Così, con il tempo, mentre continuavo ad apprendere altre lingue, l’Esperanto è rimasto come un ricordo significativo ma sospeso, una scoperta fatta troppo presto per poter essere vissuta fino in fondo.
A distanza di molti anni, questo interesse si è riattivato in modo naturale dopo aver partecipato a un evento di presentazione dell’Esperanto a Milano, città in cui vivevo. In quell’occasione è riemerso con forza il ricordo di ciò che avevo intuito da bambino: l’Esperanto non solo come lingua, ma come visione del mondo. Incoraggiato dalle persone incontrate, ho deciso di intraprendere nuovamente questo percorso e di partecipare all’evento formativo dello JES, l’evento organizzato dalle associazioni giovanili esperantiste tedesche e polacche che si è tenuto a Burg, vicino a Berlino.
Prima di arrivare a Burg, il mio rapporto con l’Esperanto era fatto di intuizioni più che di pratica. Fin da bambino ho sempre avuto una particolare sensibilità per le lingue e per ciò che permettono di fare: mettere in contatto mondi diversi. Questa inclinazione mi ha accompagnato per tutta la vita e oggi mi porta a conoscere nove lingue. L’Esperanto, in questo percorso, ha sempre occupato un posto speciale: non come semplice strumento linguistico, ma come idea. Una lingua che non appartiene a nessuno e proprio per questo può appartenere a tutti, nata per unire senza creare vantaggi o gerarchie.
Sono una persona neurodivergente, con un’anima che conserva uno sguardo infantile sul mondo, ma con una mente estremamente analitica e riflessiva. Questo mi porta spesso a osservare i contesti sociali con grande profondità, cogliendone dinamiche e valori che non sempre emergono in superficie. Dopo aver partecipato a un evento di presentazione dell’Esperanto a Milano, qualcosa si è riattivato in me: il ricordo di quell’ideale di comunicazione pura e la sensazione che potesse esistere uno spazio umano diverso da quelli abituali. Incoraggiato dalle persone incontrate, ho deciso di partire per Burg.
All’arrivo mi consideravo ancora un principiante: avevo iniziato a riapprendere l’Esperanto solo da poco più di un mese. Comprendevo già abbastanza, ma l’espressione orale era ancora incerta. Proprio per questo l’immersione totale è stata estremamente formativa. Giorno dopo giorno, attraverso l’uso continuo della lingua in situazioni reali, ho sperimentato un miglioramento rapido e naturale, fino a sentirmi molto più libero e sicuro nell’esprimermi.
Ciò che ha reso questa esperienza profondamente significativa, tuttavia, va oltre l’apprendimento linguistico. L’atmosfera che si è creata era rara: un contesto internazionale di fratellanza, rispetto e autentica accettazione dell’altro. Non solo delle differenze culturali, ma anche di quelle personali: identità, orientamento, neurodivergenza, visioni del mondo. In un’epoca in cui fuori da questi spazi il giudizio è spesso rapido e superficiale, a Burg ho vissuto un ambiente in cui essere semplicemente se stessi era naturale.
Le attività condivise – lezioni, giochi, musica, danza, escursioni, serate culturali – hanno rafforzato questo senso di comunità. Ricordo con particolare intensità la serata di Capodanno, con i tavoli dedicati ai cibi delle diverse culture, ma anche i momenti di musica e karaoke, che per me, amante del canto e degli strumenti, sono stati occasioni di espressione profonda. Ogni attività contribuiva a costruire qualcosa di più grande della somma delle singole parti.
Questa esperienza mi ha permesso di comprendere che l’Esperanto non è solo una lingua: è una cultura. Una cultura di accoglienza, di ascolto e di comunità, con tradizioni proprie e una visione dell’essere umano che raramente si incontra nel mondo esterno. Anche se vissuta in un tempo limitato, questa settimana ha avuto un impatto duraturo su di me. Torno da Burg con nuove amicizie, contatti internazionali e una motivazione profonda a continuare questo percorso. Sento il desiderio autentico di partecipare nuovamente a futuri eventi, perché questa esperienza ha rappresentato non solo una tappa formativa, ma uno spazio umano in cui mi sono sentito pienamente riconosciuto.

Dankante ĉiujn pro ĉi tiu sperto,
Vova

L’idea alla base di questo evento è molto semplice: riunire per una settimana giovani esperantisti provenienti da paesi diversi, creando uno spazio in cui imparare, discutere, organizzare attività e, soprattutto, vivere insieme. L’edizione del 2026 è stata organizzata da una commissione guidata da TEJO (organizzazione giovanile mondiale esperantista) e dalla KEJ (gioventù esprantista catalana) e ha visto la partecipazione di circa 300 persone. Il congresso si è svolto in Catalogna, a Tiana. La Conreria, sede del congresso, si trova all’interno del parco naturale della Serralada de la Marina, immersa nel verde e lontana dal caos della città, e durante la settimana ci ha offerto bellissimi scorci tra mare e montagna.

Ho partecipato sia come formatrice che come aiutante nel corso dell’evento, questo ha significato passare continuamente da un’attività all’altra: da un turno come aiutante alla realizzazione di un programma, allo svolgere i miei ruoli come volontaria al tavolo di TEJO per rispondere a domande o distribuire materiale dell’associazione, cercando nel frattempo di trovare il tempo per vedere gli amici, partecipare alle attività degli altri e, ogni tanto, ricordarmi che ero anche lì per godermi l’estate. In pratica, nel corso della settimana sono stata una trottola.

Come formatrice ho gestito il programma “Ekzercu kun la TEJO-volontuloj” (esercitati con i volontari di TEJO), e ho collaborato a “Kien la mondo iras?” (Dove va il mondo?) e TEJO sin prezentas (TEJO si presenta). Come volontaria dell’IJK ho svolto invece dei turni quotidianamente, durante i quali mi sono occupata soprattutto delle cose più pratiche: servire durante i pasti, stare alla trinkejo, distribuire materiali e dare una mano dove serviva.

La settimana è stata piena e non c’è mai stato un giorno come un altro. Il programma ufficiale comprendeva conferenze, discussioni, seminari, laboratori, giochi, concerti, attività culturali, escursioni e programmi serali e notturni. Tra le attività che mi sono rimaste più impresse c’è stata quella dedicata all’ecolinguistica, nella quale abbiamo esplorato il modo in cui le parole influenzano la nostra percezione della natura. Ho scoperto, per esempio, che alcune lingue hanno moltissime parole per descrivere la pioggia, mentre altre non ne hanno

nemmeno una. Mi ha fatto pensare a quanto sia diverso il modo in cui le varie lingue scelgono cosa nominare, distinguere e quindi, in qualche modo, osservare. Mi ha incuriosito molto anche lo spettacolo di teatro d’ombre indonesiano. Da musicista, sono stata particolarmente attratta dal modo in cui musica, narrazione e teatro si intrecciano all’interno di una tradizione così lontana da quella europea, nei miei anni di studi mi sono sempre confrontata principalmente con le tradizioni europee, americane o africane, per cui assistere finalmente dal vivo a una rappresentazione appartenente alla cultura asiatica, mi ha permesso di rispolverare delle conoscenze fino ad allora rimaste solo incastonate nei libri di testo.

Per quanto riguarda la mia esperienza come formatrice, voglio soffermarmi soprattutto sul programma sportivo che ho guidato, in quanto negli altri due programmi ho principalmente dato una mano. Ekzercu kun la TEJO-volontuloj in una settimana molto intensa ha rappresentato uno spazio di decompressione, questo è stato molto apprezzato dai partecipanti e dalla sottoscritta. Il programma di per sé è stato abbastanza semplice: un piccolo gruppo di persone si è riunito e ha svolto insieme vari esercizi, tuttavia da questa piccola iniziativa è nato un impegno più grande: nei giorni successivi il gruppetto che si è formato ha continuato di fatto ad allenarsi insieme ogni giorno, in modo totalmente spontaneo. Anche il programma “Kien la mondo iras?” ha ricevuto altrettanto successo, si è trattato di un gioco di ruolo geopolitico, basato su scenari catastrofici ma spaventosamente vicini alla realtà, è stato bellissimo vedere i partecipanti attivamente coinvolti e entusiasti di prendere parte al gioco, e quest’esperienza ha fornito diversi spunti di conversazione anche in seguito al programma, è sempre bello quando un progetto non termina allo scadere del tempo previsto da programma, ma trova spazio anche nei giorni a seguire nelle conversazioni o nelle azioni delle persone.

I momenti più belli dell’IJK però, sono stati quelli non scritti nel programma. Durante la Trinkmanĝa Nokto per esempio, aggirandomi tra i vari tavoli ricchi di prelibatezze, ho notato sul tavolo del Brasile una seconda bandiera, e ho riconosciuto che fosse quella dello stato di Pernambuco. La mia osservazione casuale ha scatenato l’euforia dei brasiliani, che mi hanno accolta immediatamente tra di loro e hanno iniziato a servirmi ogni singolo assaggio presente sul loro tavolo, da lì in poi mi sono poi ritrovata a passare la serata insieme a loro, che sono anche arrivati a eleggermi come “brasiliana onoraria”.

Un altro bellissimo fuori programma è avvenuto durante una delle serate in cui era previsto il DJ set di due miei amici, Gabriele e Francesco. Ho partecipato alla serata per dare il mio supporto dalla pista, quando Francesco ha preso il microfono e ha iniziato a farmi una dedica. Non avevo idea di cosa stesse succedendo e, per qualche secondo, sono rimasta semplicemente lì a chiedermi perché stesse parlando proprio di me. Poi è partita la musica e sullo schermo è comparsa addirittura una mia foto. Gabriele e Francesco avevano preso la mia voce da un vecchio messaggio vocale e l’avevano trasformata in una canzone, che avevano preparato di nascosto per mesi. Dopo lo spaesamento iniziale ho iniziato a ridere e a ballare, e mi sono divertita moltissimo a vedere tutti ballare su quella canzone completamente surreale, con la mia voce che usciva dagli altoparlanti e la mia faccia proiettata davanti a noi. È stato uno di quei momenti talmente assurdi che, mentre li vivi, non sai nemmeno bene come registrarli, sai soltanto che sei felice di essere lì. E più di tutto, mi ha fatto sentire un’enorme gratitudine per i miei amici, che avevano passato mesi a prepararmi una sorpresa del genere.

Ovviamente la perfezione non esiste, e benché io abbia chiaramente apprezzato il congresso, non sono mancati i momenti di difficoltà, anche legati a qualche intoppo organizzativo. Non sempre ho avuto informazioni chiarissime su quello che avrei dovuto fare, soprattutto nei primi giorni. Organizzare un evento con centinaia di persone e varie attività da gestire significa inevitabilmente avere un certo margine di caos, ma questa atmosfera caotica può tirare fuori il meglio di noi, soprattutto quando arriva il momento di deviare dal piano originale e creare sul momento un’alternativa adatta.

Ripensando alla settimana vissuta, sono certamente felice di aver preso parte a questa edizione di IJK. Oltre a creare e a rafforzare dei bellissimi legami, la cosa che più mi porto via da questa esperienza è senz’altro una maggiore fiducia nel riuscire a stare dentro situazioni che non posso controllare completamente: a improvvisare quando qualcosa non va secondo i piani, a condurre attività in esperanto senza passare metà del tempo a chiedermi se sto usando la parola giusta, a collaborare con persone provenienti da paesi e realtà diverse dalla mia e farlo in una lingua che, fino a poco tempo fa, non avrei mai immaginato di poter usare con tanta naturalezza e, soprattutto, a sentirmi abbastanza tranquilla anche quando non ho tutte le risposte. Ma soprattutto, dopo un anno di immersione nel mondo esperantista, da questo IJK ho portato via anche la sensazione di appartenere a una comunità accogliente e vivace.

Chiara Giommetti

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