Una settimana di Esperanto sul Mediterraneo

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Per la prima volta ho partecipato alla “Mediteranea Esperanto Semajno”, che si è svolta dal 14 al 21 marzo, in Costa Azzurra (Francia), a Les Issambres, tra Saint
Raphael e Saint Tropez.
La “Mediteranea Esperanto Semajno” si tiene la terza settimana di marzo, in Costa Azzurra, da ormai 10 anni e riunisce corsi di perfezionamento sulla lingua Esperanto, a cui si aggiungono conferenze su varie tematiche, per lo più legate all’Esperanto, concerti e visite guidate alla scoperta dei luoghi meno conosciuti del circondario.
La promotrice e organizzatrice della “Mediteranea Esperanto Semajno” è la federazione “Esperanto Provence”, che riunisce le associazioni esperantiste della Provenza, con il supporto dell’associazione nazionale francese nella promozione internazionale. Il 14 marzo sono partita dall’Italia, dalla mia città, Biella, e ho viaggiato su treni locali fino a Saint Raphael, poi il tratto finale da Saint Raphael a Les Issambres l’ho percorso in autobus. Il 21 marzo ho fatto il viaggio in senso inverso. Ho attraversato paesaggi molto vari: Torino, la metropoli, paesini rurali, alcuni dei quali con un castello, i campi di mais e ortaggi (come il famoso peperone di Carmagnola), i vigneti, le colline del Monferrato, le pendici selvagge dell’ultimo ratto di Alpi che tocca l’Appennino, fino ad arrivare al mare, sulla costa del Mar Ligure e del Mediterraneo.

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Viaggiando in treno sulla tratta tra Ventimiglia e Cannes, ho notato che gli avvisi verbali e sugli schermi a bordo treno sono in tre lingue: francese, inglese e italiano; forse eredità del passato italiano della contea di Nizza? O banalmente perché è zona di confine?
Una prima, piccola difficoltà è quella di orientarsi nelle stazioni francesi: i binari non sono numerati singolarmente, come in Italia, ma hanno delle lettere, abbinate alla piattaforma (quindi ai due binari) e per spostarsi tra i binari si usano soprattutto i sovrappassi (anche se i sottopassi spesso ci sono).
Gli organizzatori, nei messaggi e nel materiale informativo, hanno indicato in modo chiaro le linee di autobus da usare, gli orari e le fermate; unica piccola difficoltà: sullo schermo e le comunicazioni vocali a bordo bus i nomi delle fermate non corrispondevano con quelli scritti sulle pensiline. Per fortuna l’autista, a cui avevo detto il nome della mia fermata nel mio francese non proprio impeccabile, si è ricordato di me e mi ha fatta scendere alla fermata giusta.
La struttura turistica “La Miléade”, sede della “M.E.S.” è affacciata sul mare, dal quale è separata solo dalla strada, è circondata da un parco ed è dotata di piscine, campo da minigolf, campo da tennis e basket, campo di bocce e persino un piccolo campo per il tiro con l’arco. Durante le ore libere, ho approfittato a mani basse della vicinanza del mare per fare lunghe passeggiate sulla spiaggia o sul lungo mare.

Alla “M.E.S.” hanno partecipato circa 80 persone, per la maggior parte di lingua francese: francesi e belgi, ma c’erano anche 2 ucraini, alcuni spagnoli, 1 russa, alcuni olandesi, alcuni polacchi, 1 inglese e 1 giapponese, oltre a 1 italiana, io, e un italo-britannico. Ho apprezzato molto il fatto che si parlasse solo in esperanto, tranne che con il personale e gli altri ospiti della struttura, anche al di fuori dei corsi e delle conferenze; questo ha portato, tra l’altro, anche a uno scambio di idee su quale sia il modo migliore per promuovere l’esperanto, e a organizzare futuri incontri via Whatsapp per chiacchierare in esperanto con “i nuovi esperantisti” di altre nazionalità.
Quest’anno i corsi erano tre: un corso per principianti e “intermedi” per migliorare la lingua, un corso sulla letteratura originale in esperanto e un corso di scrittura creativa focalizzato sui micro racconti.
Personalmente ho scelto il corso sulla letteratura originale in Esperanto e mi si è aperto un mondo: non la immaginavo così ampia e variegata: si passa dalle poesie naif scritte negli anni più prossimi alla nascita dell’esperanto, per arrivare a poemi satirici, a libri gialli, saggi, fantascienza.
Le conferenze trattavano temi interessanti: le teorie della cospirazione, i nomi dei componenti della famiglia in varie culture, dai nativi americani al Sudan, la religione giapponese Oomoto, le tradizioni del Congo, al termine delle quali si è sempre acceso un bel dibattito.
Si è anche tenuta una escursione di mezza giornata all’abbazia di La Celle, un tempo centro di potere ed ora memoria di quel tempo lontano.
Il congresso è stata anche occasione per re-incontrare e riallacciare rapporti con persone conosciute in occasione di progetti europei o di altre mobilità Erasmus+ e per conoscere nuove persone.
Il viaggio è stata l’occasione per conoscere meglio la letteratura originale in Esperanto, per migliorare la fluidità nel parlare l’Esperanto, oltre che per riprendere a parlare in francese, ma anche un modo per imparare a muoversi in autonomia un Paese straniero e a gestire e superare le difficoltà legate alle abitudini e alla lingua diverse senza andare nel panico.

L’idea alla base di questo evento è molto semplice: riunire per una settimana giovani esperantisti provenienti da paesi diversi, creando uno spazio in cui imparare, discutere, organizzare attività e, soprattutto, vivere insieme. L’edizione del 2026 è stata organizzata da una commissione guidata da TEJO (organizzazione giovanile mondiale esperantista) e dalla KEJ (gioventù esprantista catalana) e ha visto la partecipazione di circa 300 persone. Il congresso si è svolto in Catalogna, a Tiana. La Conreria, sede del congresso, si trova all’interno del parco naturale della Serralada de la Marina, immersa nel verde e lontana dal caos della città, e durante la settimana ci ha offerto bellissimi scorci tra mare e montagna.

Ho partecipato sia come formatrice che come aiutante nel corso dell’evento, questo ha significato passare continuamente da un’attività all’altra: da un turno come aiutante alla realizzazione di un programma, allo svolgere i miei ruoli come volontaria al tavolo di TEJO per rispondere a domande o distribuire materiale dell’associazione, cercando nel frattempo di trovare il tempo per vedere gli amici, partecipare alle attività degli altri e, ogni tanto, ricordarmi che ero anche lì per godermi l’estate. In pratica, nel corso della settimana sono stata una trottola.

Come formatrice ho gestito il programma “Ekzercu kun la TEJO-volontuloj” (esercitati con i volontari di TEJO), e ho collaborato a “Kien la mondo iras?” (Dove va il mondo?) e TEJO sin prezentas (TEJO si presenta). Come volontaria dell’IJK ho svolto invece dei turni quotidianamente, durante i quali mi sono occupata soprattutto delle cose più pratiche: servire durante i pasti, stare alla trinkejo, distribuire materiali e dare una mano dove serviva.

La settimana è stata piena e non c’è mai stato un giorno come un altro. Il programma ufficiale comprendeva conferenze, discussioni, seminari, laboratori, giochi, concerti, attività culturali, escursioni e programmi serali e notturni. Tra le attività che mi sono rimaste più impresse c’è stata quella dedicata all’ecolinguistica, nella quale abbiamo esplorato il modo in cui le parole influenzano la nostra percezione della natura. Ho scoperto, per esempio, che alcune lingue hanno moltissime parole per descrivere la pioggia, mentre altre non ne hanno

nemmeno una. Mi ha fatto pensare a quanto sia diverso il modo in cui le varie lingue scelgono cosa nominare, distinguere e quindi, in qualche modo, osservare. Mi ha incuriosito molto anche lo spettacolo di teatro d’ombre indonesiano. Da musicista, sono stata particolarmente attratta dal modo in cui musica, narrazione e teatro si intrecciano all’interno di una tradizione così lontana da quella europea, nei miei anni di studi mi sono sempre confrontata principalmente con le tradizioni europee, americane o africane, per cui assistere finalmente dal vivo a una rappresentazione appartenente alla cultura asiatica, mi ha permesso di rispolverare delle conoscenze fino ad allora rimaste solo incastonate nei libri di testo.

Per quanto riguarda la mia esperienza come formatrice, voglio soffermarmi soprattutto sul programma sportivo che ho guidato, in quanto negli altri due programmi ho principalmente dato una mano. Ekzercu kun la TEJO-volontuloj in una settimana molto intensa ha rappresentato uno spazio di decompressione, questo è stato molto apprezzato dai partecipanti e dalla sottoscritta. Il programma di per sé è stato abbastanza semplice: un piccolo gruppo di persone si è riunito e ha svolto insieme vari esercizi, tuttavia da questa piccola iniziativa è nato un impegno più grande: nei giorni successivi il gruppetto che si è formato ha continuato di fatto ad allenarsi insieme ogni giorno, in modo totalmente spontaneo. Anche il programma “Kien la mondo iras?” ha ricevuto altrettanto successo, si è trattato di un gioco di ruolo geopolitico, basato su scenari catastrofici ma spaventosamente vicini alla realtà, è stato bellissimo vedere i partecipanti attivamente coinvolti e entusiasti di prendere parte al gioco, e quest’esperienza ha fornito diversi spunti di conversazione anche in seguito al programma, è sempre bello quando un progetto non termina allo scadere del tempo previsto da programma, ma trova spazio anche nei giorni a seguire nelle conversazioni o nelle azioni delle persone.

I momenti più belli dell’IJK però, sono stati quelli non scritti nel programma. Durante la Trinkmanĝa Nokto per esempio, aggirandomi tra i vari tavoli ricchi di prelibatezze, ho notato sul tavolo del Brasile una seconda bandiera, e ho riconosciuto che fosse quella dello stato di Pernambuco. La mia osservazione casuale ha scatenato l’euforia dei brasiliani, che mi hanno accolta immediatamente tra di loro e hanno iniziato a servirmi ogni singolo assaggio presente sul loro tavolo, da lì in poi mi sono poi ritrovata a passare la serata insieme a loro, che sono anche arrivati a eleggermi come “brasiliana onoraria”.

Un altro bellissimo fuori programma è avvenuto durante una delle serate in cui era previsto il DJ set di due miei amici, Gabriele e Francesco. Ho partecipato alla serata per dare il mio supporto dalla pista, quando Francesco ha preso il microfono e ha iniziato a farmi una dedica. Non avevo idea di cosa stesse succedendo e, per qualche secondo, sono rimasta semplicemente lì a chiedermi perché stesse parlando proprio di me. Poi è partita la musica e sullo schermo è comparsa addirittura una mia foto. Gabriele e Francesco avevano preso la mia voce da un vecchio messaggio vocale e l’avevano trasformata in una canzone, che avevano preparato di nascosto per mesi. Dopo lo spaesamento iniziale ho iniziato a ridere e a ballare, e mi sono divertita moltissimo a vedere tutti ballare su quella canzone completamente surreale, con la mia voce che usciva dagli altoparlanti e la mia faccia proiettata davanti a noi. È stato uno di quei momenti talmente assurdi che, mentre li vivi, non sai nemmeno bene come registrarli, sai soltanto che sei felice di essere lì. E più di tutto, mi ha fatto sentire un’enorme gratitudine per i miei amici, che avevano passato mesi a prepararmi una sorpresa del genere.

Ovviamente la perfezione non esiste, e benché io abbia chiaramente apprezzato il congresso, non sono mancati i momenti di difficoltà, anche legati a qualche intoppo organizzativo. Non sempre ho avuto informazioni chiarissime su quello che avrei dovuto fare, soprattutto nei primi giorni. Organizzare un evento con centinaia di persone e varie attività da gestire significa inevitabilmente avere un certo margine di caos, ma questa atmosfera caotica può tirare fuori il meglio di noi, soprattutto quando arriva il momento di deviare dal piano originale e creare sul momento un’alternativa adatta.

Ripensando alla settimana vissuta, sono certamente felice di aver preso parte a questa edizione di IJK. Oltre a creare e a rafforzare dei bellissimi legami, la cosa che più mi porto via da questa esperienza è senz’altro una maggiore fiducia nel riuscire a stare dentro situazioni che non posso controllare completamente: a improvvisare quando qualcosa non va secondo i piani, a condurre attività in esperanto senza passare metà del tempo a chiedermi se sto usando la parola giusta, a collaborare con persone provenienti da paesi e realtà diverse dalla mia e farlo in una lingua che, fino a poco tempo fa, non avrei mai immaginato di poter usare con tanta naturalezza e, soprattutto, a sentirmi abbastanza tranquilla anche quando non ho tutte le risposte. Ma soprattutto, dopo un anno di immersione nel mondo esperantista, da questo IJK ho portato via anche la sensazione di appartenere a una comunità accogliente e vivace.

Chiara Giommetti

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