Il laboratorio, un’esperienza di formazione attiva

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Il laboratorio è forse la palestra più antica dove l’uomo si forma e allena il suo pensiero e la sua mano. Laboratorio di falegnameria, di ceramica, metallurgico: l’officina. Luogo embrionale e ricco di possibilità, di potenzialità, ombroso come un luogo del pensiero dove riflettere e meditare e, allo stesso tempo, luminoso come l’apertura di una finestra verso nuovi orizzonti. Nell’officina si forgia e si allena la mano, ma anche il pensiero: ecco perché è giusto parlare del laboratorio come luogo del fare e del saper fare. Un laboratorio, ben ideato, insegna nuove tecniche, nuove manualità per far fermentare nuovi pensieri e punti di vista.
L’impalcatura alla base di un’attività laboratoriale è la direzione di senso. Può essere più o meno rivelata ai partecipanti ma deve essere limpida nelle menti degli educatori perché ricorda sempre il fine ultimo della progettazione.
Una direzione di senso può essere un concetto, un argomento ma anche una semplice parola che, con la sua forza, colora tutte le attività proposte, indirizzando gli sforzi verso un chiaro fine ultimo.
Spesso la proposta fa leva su un patrimonio, letterario, museale, storico per potenziare l’apparato educativo e didattico. Intorno a questo e alla direzione di senso ruota il pubblico di riferimento, ovvero a chi si sceglie di indirizzare l’attività. È fondamentale saperlo e non perderlo di riferimento per impostare tutto verso la specifica fascia sociale, anagrafica, culturale presa in carico, adattando e plasmando i contenuti al fine di offrire una esperienza piacevole e non estranea, inclusiva.  Per questo è anche importante confrontarsi con le realtà che vivono il pubblico prescelto, siano università, scuole, servizi territoriali, centri sociali: questa parte della progettazione è detta anche “lavoro di rete” e serve a comprendere l’ambiente con cui ci si va a interfacciare, conoscendone i punti di forza e le criticità, stringendo anche un rapporto più forte con il territorio.
Due momenti importanti sono sicuramente l’accoglienza il primo giorno e la restituzione l’ultimo giorno.
Uno degli ostacoli alla riuscita di un laboratorio didattico è sicuramente l’idea di una cultura e di un sapere fin troppo spesso raccontato con uno schema piramidale, in gergo “top to bottom”. Una conoscenza infusa da poche menti poste in alto verso un pubblico che finisce con l’essere restio. Quello a cui si deve puntare, ed è una partita che si gioca fin dai primi minuti delle presentazioni, è un insegnamento bottom to top: il pubblico è partecipe tanto quando gli educatori, c’è uno scambio non univoco e un perenne confronto e messa in gioco di entrambe le parti.
Se il laboratorio progettato è costituito da più giornate è sempre consigliato di aprirle con un momento di circle time, una tavola rotonda rilassata e “chiacchierata” dove tutti possono discutere liberamente della lezione precedente, offrendo spunti per allineare sempre meglio l’attività con il pubblico ma anche per allentare eventuali tensioni.
La restituzione è il lascito del laboratorio. Quello che rimane, quello che ci si porta a casa. È importante progettare questo momento fin dall’inizio perché, specialmente con i pubblici più giovani, è quello che rimarrà più impresso e servirà da memento per riportare alla mente tutti gli insegnamenti del laboratorio. Può essere un elaborato singolo o collettivo, fisico o digitale ma dovrebbe sempre essere consacrato come momento importante, in cui tutti gli sforzi fatti vengono ripagati e, insieme, si può chiudere un cerchio.

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